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Ibdaa Dheisheh

Capisci di esser arrivato quando lungo la strada incontri una gabbia di metallo pesante.
Dentro, un tornello e delle chiavi appese. Questo è tutto quello che resta del vecchio check point, unica via d'entrata e d'uscita, fino a dopo la seconda intifada, per Dheisheh Refugy Camp di Betlemme.
Le chiavi sono quelle vere, delle case che hanno dovuto abbandonare.
Dheisheh è un cantiere in continua lavorazione, con l'aumentare della popolazione le case non bastano piu.
Le mura del campo sono ricoperte di murales raffiguranti Handala, l'omino con mani intrecciate dietro la schiena, ormai simbolo del popolo palestinese, del volto del suo disegnatore, Naji Al-Ali, o dai bellissimi disegni di Banksy.

Girando per il Campo puoi incontrare e parlare con gli anziani, anche se ormai ne restano pochi, quelli cacciati dalle loro case nel 48 e trasferiti qui.
Nei loro occhi leggi ancora il dolore di quella ferita, che neanche gli anni passati hanno saputo rimarginare.
Ti parlano, ti raccontano in arabo, ma non serve capire che dicono le parole per capire il dolore che vogliono trasmettere, le case abbandonate, i figli emigrati, i soprusi subiti.
Basta osservare i loro volti per superare qualsiasi barriera linguistica.

La maggior parte degli abitanti del campo è dovuto soggiornare nelle patrie galere israeliane.
Chi perchè combattente, chi perchè considerato fiancheggiatore di questi, chi perchè comunque palestinese ed è una colpa di non poco conto.
Ti raccontano con pudore, ma molto fieramente, della loro reclusione.
Degli anni passati in una cella magari con il fratello, oppure usciti per lasciargliela.
Di come "la libertà non ha prezzo", ma uscire dopo 4 anni e dieci mesi, un pò ci resti male, visto che a dopo 5 anni l'Autorità Nazionale, per reati politici, ti assegna un vitalizio di 300 euro, come racconta uno dei prigionieri liberati nello scambio con il soldato israeliano Shalit.
Non perchè vuoi farti un ora di piu dentro le prigioni israeliane, ma perche sai che non avrai piu vita normale una volta fuori, comunque sarai tenuto sotto controllo, non potrai mai avere un visto per uscire da Betlemme, neanche per andare a lavorare.
Quando le uniche prospettive sono lavori saltuari, mal pagati, un pò rimpiangi anche i due mesi che ti separavano da una base economica sicura.

Mentre stai qui al campo, il check point o quell'abominio di muro, cosi tanto fortemente voluto da Israele, sembrano distanti centinaia di chilometri, invece sono lì dietro l'angolo pronti a ricordarti quale è la normalità nei Territori.
Una normalità fatta di barriere di ferro e cemento, fatta di ragazzi armati che possono decidere se oggi arriverai al lavoro, sempre se sei fortunato ad avere un visto ed un lavoro a Gerusalemme, oppure dovrai rigirare e tornartene a casa.
Una normalità fatta di congegni per il riconoscimento delle impronte digitali o la scansione dell'iride, praticamente una normalità da film di fantascienza.

La sera rientrando a Ibdaa puoi sentire boati ed urla provenire dall'ultimo piano della guesthouse, dove c'è il ristorante, ma non preoccupatevi non stà succedendo nulla, è solo la diretta di una partita della Liga spagnola.