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Su di noi

Become your media, era un slogan di indymedia, di quella rete di singolarità e non che ha dato vita, anche sul nostro territorio, a una esperienza tra le più innovative nel campo della comunicazione su internet.

La creazione di siti User-Generated Content (UGC), cioè di siti d'informazione con contenuti generati dagli utenti, è una intuizione indyana che è stata poi ripresa in seguito da tutti i mezzi di informazione ufficiali & corporations.

Questa forma di pubblicazione sul web, resa possibile dalla diffusione di tecnologie e free software, ha rappresentato un momento di democratizzazione della produzione di contenuti multimediali ed ha trasformato le persone da consumatori passivi di notizie in editori.

Questo metodo di creazione e distribuzione dell'informazione principalmente ha vissuto di interazione, discussione e dialogo fra le persone. Questo ha creato un sentimento condiviso (attraverso l'uso della tecnologia digitale) che ha stimolato la gente a mandare contributi di qualunque tipo, a commentare notizie e che ha permesso di intercettarne la voglia di partecipazione. Il risultato è stato un prodotto editoriale migliore, alternativo a quello creato da società specializzate e media ufficiali.

Naturalmente, Indymedia Italia nel corso della sua esperienza è stata esposta alle dinamiche che regolano la dimensione politica dei movimenti sociali, che in Italia spesso, purtroppo, sono fatte anche di compromessi, giochetti, e tentativi egemonici.

Ambito in cui la logica della cooperazione e dell'orizzontalità lasciano spesso il campo a quelle della visibilità, degli interessi di parte, delle prove di forza. Forse Indymedia Italia non era 'matura' per questo passaggio, forse i metodi e i valori con cui l'IMC sperava di contaminare altre esperienze - apertura, inclusività, partecipazione diretta, ... - hanno sofferto una compressione indebita confrontandosi (e scontrandosi) con persone, mentalità, modi di pensare e di agire ben differenti.


Non meno determinante, secondo noi, per "la fine" del progetto indymedia è stato il problema dell'overload informativo, dell'eccesso quantitativo di informazione. La questione è stata che affrontare un flusso informativo enorme e scarsissimamente catalogato richiede tempo e/o competenze che non sono a disposizione di tutti. Quindi, una delle prime conseguenze dell'eccesso di informazione è stato che un ambito inclusivo si trasforma oggettivamente in escludente che ha vanificato nei fatti una apertura teorica...


Per noi, il progetto indymedia continua a vivere come metodo ma muore definitivamente come marchio.

Restano fondamentali alcune linee tracciate da questa esperienza, valide per ogni progetto di comunicazione:

- non inserirsi, per quanto in modo innovativo, nel solco della controinformazione (voce per gli oppressi, megafono dei senza voce ecc.). Qualificarsi da subito come media collettivo, strumento per l'auto-rappresentazione sociale.

- una collettività che condivide dei metodi e un'attitudine. Qualcosa di molto vicino all'etica hacker, ai suoi principi di sperimentazione condivisa, socializzazione gratuita, libertà, dono, autonomia, gioia...

- costruire media per una collettività aperta e orizzontale. Un media per una collettività mai irrigidita in un'appartenenza dogmatica.

Mai come in questi giorni si vede la necessità di ritornare a fare mediattivismo, di prendere parola e diffoderla in modo autonomo, indipendente, soprattutto a livello territoriale.

C'è la necessità di dare voce ai soggetti (singoli, movimenti, associazionismo di base) attivi in ogni ambito sociale dei nostri territori, dallo sport alle questioni di genere, dalla formazione alle questioni ambientali al mondo del lavoro e precariato.

Abbiamo bisogno di creare narrazioni condivise, frame, cornici comuni in cui ci si possa riconoscersi, confrontarsi, capirsi.

Vorremmo creare un media di tutt*, un media partecipativo che non vuole essere un episodio di controinformazione, una rete di informazione alternativa, ma qualcosa di più profondo, capace di parlare anche all'immaginario generalista sapendolo sovvertire di senso. Per questo la costruzione di un media condiviso è la costruzione di legami sociali stabili.

Crediamo che non si possa delegare interamente ai social media commerciali (facebook e simili), la nostra costruzione di senso non perchè soffriamo di "panico morale o furore luddista" nei confronti del mainstream, ma perchè pensiamo che ci sia bisogno di raccontarci attraverso una nostra cornice, un nostro ambiente informativo indipendente, perchè i media non sono mai neutrali. I social media commerciali, secondo noi, vanno "usati" in maniera cinica e corsara, usati come megafoni o strumenti di "marketing" per poter amplificare il nostro media. Altro, a chi specula sulla ricchezza della cooperazione sociale, non possiamo delegare.


Questo è un invito a costruire insieme un ambiente informativo, un nostro frame, una nostra cornice come strumento di socializzazione delle nostre esperienze e vite.

 

  • Alcun* che hanno partecipato a indymedia umbria.