Share |

Genova per me

Nel 2001 avevo 16 anni e poche idee. Non ho mai pensato di andare a Genova, non capivo il motivo, non capivo i motivi di quei “brutti ceffi” vestiti di nero che andavano in giro a spaccare vetrine, auto e bancomat. Litigavo con mia cugina che mi raccontava l'importanza di esserci, mi raccontava della sua frustrazione nel non poter raggiungere Genova, perché poco più grande di me e bloccata a casa dalla sua famiglia. Di quei giorni ricordo che tutti avevano un'opinione, io pure, nella mia ignoranza, mi ero fatto un'opinione. Ridevo di quei debosciati che non avevano meglio da fare che urlare e protestare (come se io avessi molto meglio da fare!). Ero caduto nella routine della banalità, accecato da proclami di guerra letti in prima serata e attentati a noti giornalisti. Frequentavo una scuola a maggioranza neo-fascista e per quanto non sono mai stato trascinato in organizzazioni o iniziative fascisteggianti, la mia opinione, la mia idea era riconducibile a quell'aria. A 16 anni faresti di tutto per essere accettato dal branco, e dunque quando venni a sapere della morte di Carlo, ridevo ancora. Come un idiota. Come chi non ha niente da dire. Come un triste ragazzino che cerca di sentirsi parte di qualcosa di più grande della sua triste vita. Poi, accadde qualcosa di inspiegabile. mi ritrovai tra le mani “Stagioni” di Guccini. Così aprii lo stereo che ancora mi accompagna, mi sdraiai sul mio letto ed iniziai ad ascoltarlo. Canzone dopo canzone il sangue si faceva sempre più caldo, le vene pulsavano finalmente un sangue rosso, rosso di passione! E fu come risvegliarsi da un incubo, come se qualcuno mi avesse tolto le fette di salame da sopra agli occhi. Mi sentivo scemo per aver espresso certe idee, mi sentivo scemo a definirmi “fascista”, mi sentivo profondamente scemo. Così decisi di informarmi, decisi che non avrei mai più preso posizione senza essermi prima documentato. La cosa che mi turbava di più era Genova, sembrerà strano ma sentivo che avevo sbagliato, sentivo quasi la colpa di quella morte. Guardai il documentario “Carlo Giuliani ragazzo”, le immagini capovolte di quei giorni non fecero altro che alimentare quel senso di colpa, che presto si trasformò in rabbia, rancore e voglia di gridare a tutti la mia “rinascita”. Tornai in classe con indosso una maglia, su cui stampato “Piazza alimonda Carlo Giuliani ragazzo”. La risposta del branco fu  unanime, venni accusato di infamia, gli aggettivi si sprecarono; voltabandiera, traditore, zeccadelcazzo, comunista...

 Non me ne fregava niente, Genova per me sarebbe stato l'inizio di un percorso, il mio percorso, non più quello del branco.
E fu veramente l'inizio, da allora iniziai ad interessarmi ad altre questioni, il referendum sull'articolo 18, quello sulle staminali e tante altre cose.
Ma Genova rimaneva per me come un'ombra che faticava a lasciar posto al sole.
Rimaneva lì, nella mia testa, nella stupidità di un ex-carabiniere (che frequentava la mia palestra) che mi gridava “ce ne avete uno in meno”.
Andai per la prima volta a Genova il 17 novembre 2007, durante una grande manifestazione contro una sentenza del processo ai manifestanti.
Eravamo in tanti quel giorno, la cosa che mi colpì di più fu il silenzio.
Quel giorno il silenzio valeva più di 100.000 slogan, era il segnale che nessuno voleva strumentalizzare quel giorno, quelle giornate, quella morte.
Sono passati 5 anni da quella manifestazione, molte cose sono cambiate, tranne una: il silenzio.
Che stavolta è indifferenza, assoluzione, pulirsi la coscienza.
Il 13 luglio ci sarà la sentenza di cassazione per 10 manifestanti accusati di “devastazione e saccheggio”, gli unici che rischiano di pagare per tutti. Me compreso.
Per questo oggi il silenzio non basta più, è arrivato il momento di gridare ad alta voce:
nessun capro espiatorio, nessuna condanna: dieci, NESSUNO, trecentomila sovversivi!
Anche se non c'ero.