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Umbria: "un cuore al verde"

Con tutto il suo carico depressivo di sacrifici e austerity. Anche in Umbria torna la "stagflazione" *.

Come riportato nel "Documento Annuale di Programmazione (Dap)" (2012-2014), la struttura produttiva dell’Umbria e' fondamentalmente sostenuta da una base di micoimprese che lavora spesso in subfornitura per aziende esterne alla regione e da un "mercato del lavoro" nel quale il peso dell'occupazione e le forme di lavoro precario e con contratto a tempo determinato e' superiore alla media nazionale. Nel precedente "DAP" regionale (2011-2013) viniva messo in rilievo "che rispetto al primo semestre 2009, sono cresciuti nel 2010 i lavoratori “indipendenti”, soprattutto tra le donne, segno di un progressivo ampliarsi dell’utilizzo di forme contrattuali atipiche (co.co.co., co.co.pro.,...) e dunque del costante processo di “precarizzazione” del lavoro, soprattutto femminile. L’area del precariato – già rilevante in Umbria – si è andata infatti ulteriormente consolidando, al punto di contare attualmente su ben 59.000 contratti part-time, 44.000 a termine e 8.000 tra collaborazioni coordinate e avventizi (che includono 2.486 lavoratori a chiamata)".
La ridotta dimensione delle imprese accompagnata da un'alta incidenza del lavoro in "subfornitura" significa, nella maggioranza dei casi, che le imprese umbre si posizionano su "segmenti a basso valore aggiunto della catena del valore" e che il mercato del lavoro ha difficoltà ad occupare giovani, persone con livelli di istruzione medio-alti e soprattutto le donne.

"Nel documento annuale di programmazione (2012-2014) si puo' leggere che in Umbria il secondo trimestre del 2011 fa registrare un incremento degli occupati rispetto al periodo precedente: +3.600 unità, frutto di un forte incremento degli occupati dipendenti, soprattutto uomini, e di una riduzione di circa 4 mila unità degli occupati indipendenti (ndr. leggi area del precariato), soprattutto donne (-5.139 unità). Un valore, quest’ultimo, che l’aumento di circa 2 mila occupate dipendenti non riesce a compensare e che fa ridurre per il secondo trimestre consecutivo l’occupazione femminile in Umbria. Se si considerano i dati su base semestrale, rispetto al secondo semestre del 2010 gli occupati in Umbria si riducono di circa 3.800 unità, una performance del tutto
ascrivibile alla componente femminile. Rispetto al primo semestre del 2010, invece, il 2011 sembra iniziare con dati migliori: gli occupati crescono di circa 4 mila unità.Si tratta di un fenomeno che ha interessato fortemente la componente femminile dell’occupazione, scesa di oltre 9000 unità, dato frutto dell’aumento di 972 occupate indipendenti e della riduzione di oltre 10.000 occupate dipendenti. Anche tra gli uomini, i 600 occupati in più dell’inizio del 2011 dipendono dall’aumento dei lavoratori indipendenti: +2.633 occupati."

Come rileva Confindustria Umbria (rivista "Valore" 2010) la recessione ha interessato la quasi totalità delle unità produttive, indipendentemente dalla dimensione e dal settore merceologico. Ad eccezione di pochi casi, in controtendenza, che pure si registrano, la flessione si è distribuita in modo pressoché uniforme tra le imprese. " Vi è stata una forte reazione delle nostre imprese alla persistente e generalizzata caduta della domanda.
Pur tuttavia, nell’anno passato (ndr. nel 2009) si sono persi circa 10.000 posti di lavoro nell’industria, che sarà difficile riassorbire.
L’ampia presenza del pubblico, fa sì che una buona quota della popolazione, fortunatamente, non abbia subito danni dalla recessione. Ma una parte consistente, e ci riferiamo innanzitutto ai 100.000 addetti all’industria – e ad essi occorre aggiungere anche quanti lavorano negli altri comparti del privato, a cominciare dai servizi per arrivare al commercio – è pesantemente colpita".

Bruno Bracalente (ex presidente regione Umbria e docente universitario), in "Verso L'Umbria del 2020 ( ricerca commissionata da Confindustria Umbria all’Università degli Studi di Perugia), afferma che l'economia umbra ha una scarsa capacita' di intercettare domanda esterna nazionale, di rispondere, con beni e servizi prodotti localmente, ad una domanda che si manifesta fuori dai confini regionali. L'Umbria sconta una diffusa e storica debolezza dei “motori autonomi” della crescita economica regionale (autonomi dal reddito disponibile e dalla spesa, privata e pubblica, dei soggetti locali).
Sempre secondo Bracalente il "nodo strutturale, di sistema, che penalizza l'economia umbra e' "il non favorevole equilibrio tra la componente dell’economia aperta alla competizione nel mercato nazionale e globale, che per ragioni che affondano le radici nella storia economica regionale è relativamente sottodimensionata, e la componente che fa capo al resto delle attività produttive, che è invece altrettanto storicamente sovradimensionata". In sostanza, l'economia umbria, coma lui stesso ha detto, e' «accartocciata sul mercato interno sostenuto dalla spesa pubblica» (oltre 50 mila addetti), dalle pensioni (circa 320 mila pensioni nel 2009 su una popolazione di poco meno di 900 mila abitanti, per un importo annuo erogato di quasi 4 miliardi di euro).

Questa debolezza dei "motori autonomi" dello sviluppo economico complessivo della regione e il sostegno al tenore di vita della popolazione e' stata controbilanciata con lo sviluppo di attività produttive "rivolte al mercato interno alla regione, spesso dipendenti dalla regolazione amministrativa" (in passato il settore pubblico e l’industria delle costruzioni, più di recente soprattutto le attività commerciali e in particolare la grande distribuzione).
La notevole crescita dell'occupazione che ne e' derivata e' stata caratterizzata da un "non elevata qualita' "sia sotto il profilo della stabilità (quella addizionale è stata in larga misura occupazione precaria), sia sotto il profilo del capitale umano incorporato (basse qualifiche e scarsi livelli di istruzione). Il che ha contribuito ad allargare il problema della bassa produttività a settori diversi dall’industria manifatturiera, approfondendo il divario negativo che da sempre caratterizza il sistema regionale".

Nell'esercizio di previsione dello studio di ricerca "Verso L'Umbria del 2020" si evidenzia che nei prossimi dieci anni "i meccanismi che fin qui hanno garantito "l’equilibrio al sistema regionale" che consentiva di tenere insieme bassa produttività e alto benessere" non potranno funzionare più come in passato: "Se non è più tempo di crescita quantitativa in generale, come è chiaro non da oggi per la manifattura di minore qualità, non è neppure pensabile che in Umbria possa continuare la crescita quantitativa delle attività terziarie tradizionali rivolte alla domanda locale, la cui offerta da tempo cresce più di una domanda forse destinata a rallentare invece che ad accelerare. E per ragioni ancor più evidenti, non appare facilmente sostenibile come in passato neppure quel ruolo integrativo del settore pubblico nella determinazione degli elevati livelli di benessere della società regionale".

L'assetto del sistema economico regionale dunque, secondo Bracalente, puo' essere modificato rafforzando e valorizzando " tutti i fattori della attrattività regionale", dalla Università alle risorse culturali, dalla qualità ambientale e urbana alla accessibilità tramite adeguate infrastrutture" che sono in grado  di attrarre "dall’esterno di imprese innovative nei settori industriali e terziari fondati sulla conoscenza e l’innovazione". Fondamentale in questo contesto sarebbe "l'investimento in capitale umano "sempre più qualificato, dotato delle competenze necessarie per inserirsi con successo nelle reti globali dell’economia della conoscenza, alla ricerca di nuove opportunità imprenditoriali e di lavoro" cosa che per la società umbra della non elevata propensione al rischio risulterebbe uno degli investimenti più rilevanti e strategici.
Da qui le ricette che seguono per promuovere "lo sviluppo" regionale sono la diffusione di "una cultura di stampo meritocratico" per incoraggiare le persone ad "investire nelle proprie personali capacità e competenze, nella fondata speranza che a quell’investimento corrisponderà anche un di più di benessere economico personale". Che incoraggi "l’assunzione del rischio individuale e con la ricerca autonoma di nuove opportunità economiche da trasformare in lavoro e nuove imprese". Ovviamente "il capitale umano" per essere piu' produttivo ha bisogno anche di "capitale sociale", cioe' le imprese per competere hanno bisogno di inserirsi in reti e filiere globali e locali. Bisogna pertanto cominciare, per ristabilire relazioni cooperative virtuose, a contrastare "le reti chiuse "di cui la società regionale è pervasa non meno di quella italiana" e che distorcono "i meccanismi di mercato fondati sulle pari opportunità e sul merito".

Il paradigma di sviluppo adottato dalla nuova giunta regionale, almeno in apparenza, si muove sull'asse strategico rappresentato dall'economia della conoscenza e dall’economia verde – o "green economy", dallo sfruttamento del territorio all'interno della filiera turistica internazionale e dalla "riforma del welfare" e dell'apparato amministativo-gestione delle risorse umane (strangolato dai vincoli di spesa del debito pubbico). Ma attualmente, l'Umbria  piu' che "cuore verde d'Italia" e' piuttosto un "cuore al verde in un'italia ipotecata" dalla speculazione finanziaria". La "legge di stabilità 2012 (legge 183/2011) che ha ridotto dal 25 al 20% la capacità di indebitamento delle Regioni" (tenuto conto dei mutui già contratti e di quelli già autorizzati per la copertura dei bilanci pregressi-dal 2006 al 2011) infatti comporta la quasi totale saturazione della capacità della regione di indebitamento "e l’impossibilità, quindi, di prevedere, a partire dal 2012, mutui/prestiti a pareggio del bilancio". "Ciò significa, oltre che l’azzeramento di investimenti futuri, anche il blocco e interruzione di quelli già programmati con evidenti ripercussioni per quegli atti e interventi già approvati" e pesanti "impatti sociali" e sulle prospettive di qualita' della vita di quel "capitale umano" di cui sopra citato come fattore essenziale al riassetto e alla crescita del sistema produttivo regionale... .

(Regioni e gli Enti Locali a differenza dello Stato possono indebitarsi -tramite mutui e prestiti- solo per finanziare spese di investimento che significa interventi sulla viabilità, sull’edilizia residenziale, sulle opere pubbliche..., si restringe notevolmente la spesa pubblica per trasferimenti sociali che conta tanto nella formazione del reddito disponibile degli umbri-rispetto al 2011, oltre 17 milioni di euro in meno nel 2012 per le politiche sociali, nessuna manovra di razionalizzazione del settore e di ridefinizione degli appostamenti del bilancio regionale può compensare).

Nel "DAP" in fatto di "green economy" si parla di  incentivare "i settori legati alle fonti rinnovabili, al risparmio energetico, alla edilizia di qualità, al trasporto a basso impatto, alle produzioni di beni e merci a minor impatto ambientale", per concludere poi che in sostanza "nell'economia verde'" il nodo fondamentale da superare e' "il tradizionale binomio ambiente/limitazioni per le attività imprenditoriali" (cioe' che "occorre sviluppare forme di semplificazione amministrativa sia rispetto ai tempi di espletamento delle istanze che di riduzione di controlli").

Nell'attesa che "l'economia della conoscenza" prenda il volo e che il secondo motore di sviluppo dell'Umbria cioe' il turismo&spettacolo, trainato da opportune forme di marketing di "comunicazione del territorio" (strategia di promozione integrata del prodotto Umbria), da un'appropriato "viral marketing" (il passa parola), la regione valuta "l’adozione di misure di sospensione del pagamento di tariffe, canoni correlati ad asili nido, mense scolastiche, trasporto scolastico, acqua e gas, nettezza urbana e sospensione del pagamento delle rate di ammortamento dei mutui per acquisto e/o ristrutturazione dell’abitazione principale". Nel "DAP" si afferma che i rischi sociali "non derivano più solo dal basso reddito ma anche dal livello di istruzione, dal benessere fisico, dalla certezza del proprio futuro, dalla qualità delle relazioni primarie, dalla possibilità di poter costruire il proprio percorso di vita facendo leva, in primo luogo, sulla valorizzazione delle capacità della persona. Vi è una dilatazione della vulnerabilità sociale data dalla concomitanza di una molteplicità di fattori associata al progressivo indebolimento delle reti sociali primarie che sta rendendo più fragili le famiglie e le persone nei bisogni sociali della vita quotidiana e che sta toccando anche la nostra realtà regionale". Per cominciare ad alleviare lo stato di disagio sociale che cresce nella regione ad ogni modo si potrebbe partire con interventi, meno complessi di altri, ma sicuramente di effetto immediato come ad esempio l’adozione di misure di sospensione del pagamento di tariffe, canoni correlati ad asili nido, mense scolastiche, trasporto scolastico, acqua e gas, nettezza urbana...

* Il termine "stagflazione" nasce negli anni '70 (dopo lo "shock petrolifero" 1973-74; genericamente indica un aumento delle quotazioni delle materie prime sui mercati mondiali) e descrive una situazione economica in cui alla stagnazione dell'economia reale si accompagna l'inflazione (aumento dei prezzi delle merci, dei costi di produzione) e calo dell'occupazione.

La stagflazione per i governi e le banche centrali e' un difficile rebus da risolvere: la riduzione della crescita dell'economia richiederebbe tasi bassi (un basso costo del denaro) per incentivare l’economia, ma la lotta all’inflazione consiglierebbe invece che le banche centrali alzassero i tassi di interesse...

Negli anni '70 la "stagflazione" si spiegava essenzialmente con l'intensificazione del conflitto sociale e delle rivendicazioni salariali in una situazione di quasi piena occupazione. Le imprese per far fronte all'innalzamento del costo salariale aumentavano il prezzo delle merci (indipendentemente dalla dinamica della domanda e solo per difendere i livelli di profitto) e tendevano a ridurre la produzione. Contemporaneamente le "autorita' monetarie" con l'intento di bloccare la riduzione dei volumi della produzione e dell'occupazione (la stagnazione) offrivano denaro a costi bassi alimentando ulteriormente il fenomeno inflazionistico. Non e' questo il caso ma comunque sia la "stagflazione" e' tornata...