Share |

Is there anybody out there

Una lettera da Giulia, prigioniera a Rebibbia, su Pussy Riot, solidarietà mediatica e 270 bis.
Pussy riot

Is There Anybody Out There?

C’è da credere che tutto il trambusto creato dalla sfortunata sorte delle Pussy Riot,
nonché l’ondata di indignazione e solidarietà scaturita da tutte le menti democratiche
di giornalisti, cantanti, uomini e donne di governo sia nata dall’attenuante dell’uso,
nel momento dell’ “atto criminoso”, di simpatici passamontagna colorati.
Personalmente ne sono quasi certa. Anche perché, diciamocelo, i colori destano più
l’attenzione, ci allietano la vita, ci rendono più comprensivi e aperti verso gli altri.
Altrimenti proprio non si capirebbe come mai i giornalisti, i primi a catapultarsi
in “arditi” articoli atti a sbattere i nemici della collettività (terroristi incappucciati
accusati di attaccare striscioni, di offendere la repubblica e le sue istituzioni con
pericolosissime azioni sovversive che distribuiscono colla e vernice sui muri della
città) sulle prime pagine dei loro giornali, abbiano sposato la causa delle Pussy Riot.
Sicuramente dipende dal colore del passamontagna!
Eh già, perché nella democrazia, da loro tanto ostentata e dalle alture dalle quali
mandano le loro invettive contro il cattivissimo Putin e il medievale Patriarca della
Chiesa di Mosca, una simile situazione non si sarebbe mai verificata.
O meglio, si verificherebbe se i passamontagna o le felpe con cappuccio fossero neri.
Se in chiesa invece del nome di Putin venisse urlato (e non per inneggiare) quello di
qualche noto mercificatore o incatenature delle nostre vite, un ministro, un capo della
polizia, qualche politico, qualche potente del clero di Roma.

Non so quanti giornalisti indignati di questi ultimi tempi siano andati a leggere il
codice penale della nostra santa democrazia. Credo davvero pochi.
D’altra parte si sa, il lavoro è tanto, la difesa dei diritti democratici (degli altri Paesi)
non conosce sosta, è una dura corsa e non si può sprecare il tempo.
Ma io, che di tempo ne ho, essendo chiusa in una patria galera per un tempo che non
mi è dato sapere (detenuta in attesa di giudizio), ho pensato di aiutare lor signori nel
loro nobile lavoro.
Art 405 cp, Turbamento di funzioni religiose del culto di una confessione
religiosa: “Chiunque impedisce o turba l’esercizio di funzioni, cerimonie o pratiche
religiose del culto di una confessione religiosa… è punito con la reclusione fino a
2 anni”. Aggiungerei il reato di travisamento (legge n°152 del 22/5/75): “è vietato
l’uso di caschi o qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento
della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico senza giustificato motivo… in
manifestazioni… tranne in quelle sportive. Il contravventore è punito con l’arresto
da 1 a 2 anni e con una ammenda da 1000 a 2000 euro.” E, perché no, il vilipendio a
chicchessia (religione, presidente repubblica, repubblica e alle sue istituzioni)… Che
fatica.
Insomma, se le Pussy Riot avessero fatto la stessa cosa in Italia, avrebbero avuto un
trattamento forse ben peggiore.
Ora, di certo, non mi interessano lezioni di diritto comparato, anche perché le mie
conoscenze di questo infausto mondo, che peraltro non mi appartiene, sono molto
ristrette.

Vorrei solo “esplorare il mondo di San Patrizio delle vostre democrazie” per
rimestare nel torbido. Se le mie parole avessero la forza della mia rabbia, sarei
sicuramente più efficace, più incalzante nell’esporre le miei argomentazioni.
Mi chiedo se i difensori della libertà di questi giorni scrivano i loro articoli
con ingenua consapevolezza o con il classico sporco servilismo ipocrita che
li contraddistingue. Quello che gli permette di dedicare pagine e pagine di
ringraziamenti a chi ha salvato il Paese da pericolosi attentatori, senza curarsi
di capire i reali disegni celati dietro la carcerazione di tante persone, riportando
le veline dei loro padroni condite di qualche aggettivo un po’ letterario (così da
rendere l’articolo più accettabile agli occhi di un lettore la maggior parte delle volte
decerebrato, ma esigente) e costruendo un mondo fittizio.
Un servilismo che garantisce la loro integrità morale agli occhi dell’opinione
pubblica, che li vede battersi contro le ingiustizie assassine di Assad, contro l’arresto
delle Pussy Riot, per Assange, così da non dover rendere conto del loro sporco e reale
lavoro condotto in Patria, l’unico per cui la stampa ha il permesso di esistere, ossia
giustificare, servire il Potere, lo Stato e i suoi scagnozzi.
Così i ribelli siriani sono tali, quelli della Val di Susa sono terroristi e violenti;
le Pussy Riot sono dissidenti, represse dal sistema dittatoriale russo, mentre chi
in Italia viene accusato di fare scritte o di attaccare striscioni contro la guerra, il
governo o i responsabili di disastri ambientali è un pericolassimo eversore dell’ordine
democratico da rinchiudere in galera (prima ancora del processo, ovvio).
Ah scusate, dimenticavo! Probabilmente nella democraticissima Italia, le Pussy
Riot, oltre ai già citati articoli del c.p., si sarebbero viste appioppare sicuramente
il tanto amato 270 bis, articolo sulla cresta dell’onda. Anche perché in una chiesa,
cantare contro il governo, in tre, cosa è se non una associazione sovversiva con
finalità eversive, con “l’aggravante della richiesta dell’aiuto alla madonna”
(e qui, se capitassero nelle mani di qualche prete/Pm, avrebbero sul groppone
anche “stregoneria ed eresia”)?
Certa che le mie parole cadano nel vuoto delle vostre teste schiave, cari giornalisti, vi
auguro sia di poter continuare il vostro fondamentale e necessario lavoro, sia di non
guardarvi mai allo specchio. Casomai doveste scorgere una divisa al posto dei vostri
vestiti, una catena al posto dei vostri cervelli, un manganello al posto della vostra
penna.
Comunque, a scanso di equivoci, solidarietà alle Pussy Riot, non in nome della
democrazia e dei suoi diritti, ma in nome della libertà, contro le galere e i loro
carcerieri, contro tutti i benpensanti che puntano il dito dall’altra parte del loro
recinto, senza guardare il fango che arriva alle loro gambe.
Detto ciò, mi auguro che le Pussy Riot non siano risucchiate da una rogatoria
internazionale che le coinvolga in un’associazione sovversiva intergalattica.

Un saluto, da Giulia,
una sovversiva senza passamontagna colorato, detenuta nel carcere di Rebibbia.

Buon fine estate!