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L'umbria al bivio: povertà o nuovo welfare?

Riflessioni sugli ultimi dati sull'economia umbra, tra lavoro e reddito

Gli ultimi dati sull'economia umbra

Recentemente la Banca d'Italia ha fornito i dati sulle economie regionali con gli studi “Economie regionali. L'economia delle regioni italiane. Dinamiche recenti e aspetti strutturali” e, in giugno, “L'economia dell'Umbria”.

Rimandando ai link per una lettura complessiva e approfondita dei fenomeni, si possono comunque comprendere alcune tendenze particolari. Lo scenario generale è questo: “l’andamento dell’economia umbra, già negativo nel 2008, è ulteriormente peggiorato nella prima parte del 2009, toccando il minimo storico nel corso del secondo trimestre. [...]. Secondo le valutazioni di Prometeia, il prodotto regionale sarebbe diminuito del 4,5% […]. Era già sceso nel 2008 (–1,7%). [...] solo la metà delle imprese che hanno sofferto un calo del fatturato (sono tre su quattro tra quelle interpellate) ritengono possibile il ritorno delle vendite ai livelli pre-crisi entro il 2012. Oltre alla debolezza della domanda interna, ha inciso pesantemente la diminuzione delle esportazioni, ridotte di quasi un quarto rispetto all’anno precedente. Ne è risultata l’estensione della crisi anche a comparti solo marginalmente colpiti nel 2008” (Cit. L'economia dell'Umbria).

I dati ci parlano di una crisi che pervade i settori dell'edilizia, dell'agricoltura e delle fabbriche sia dal punto di vista dell'occupazione che dell'export, pur non essendoci un'univocità a riguardo. Questo significa che alcune aziende, anche in salute considerando le commissioni e le esportazioni e la situazione finanziaria, hanno comunque deciso di procedere a messa in cassa integrazione e licenziamenti, aumentando così i profitti anche attraverso la diminuzione del personale (1). Ci sono poi delle indicazioni che portano a credere che la produzione della ricchezza in Umbria –come sostenuto dall'economista Stefano Lucarelli nell'ambito di un incontro sul Welfare tenutosi nel contesto dell'iniziativa Diritti in Festa a Perugia nella fine del mese di ottobre– si stia spostando dalla fabbrica alla produzione immateriale: i servizi, i trasporti, la cura, la consulenza e la mediazione.

 

Alcuni cenni sul contesto italiano ed europeo

Tale processo non è indolore: questa nuova situazione ha portato ad un aumento esponenziale dei contratti a tempo determinato, a progetto e di collaborazione, oltre che a un florilegio di forme di lavoro non retribuito o retribuito miseramente (si vedano stage, tirocini, o i lavori di ricatto, come i/le giornalisti/e che per prendere il patentino scrivono articoli per una miseria o gli/le insegnanti delle scuole private, che percepiscono una miseria per aumentare il loro punteggio). Sono inoltre in aumento i/le giovani che non studiano né lavorano, definiti/e NEET, oltre 2 milioni per una percentuale del 23,4% nella fascia d'età tra i 15 e i 29 anni. Secondo gli ultimi dati ISTAT sono in aumento, oltre che la disoccupazione , anche gli/le inattivi/e, coloro che, dopo un periodo di ricerca di lavoro si arrendono e perdono lo statuto di disoccupati e in cerca di lavoro (2).

È opportuno ricordare, en passant, che questi dati specifici si legano ad un contesto che vede molti paesi del Sud europeo (Italia, Grecia, Portogallo e Spagna ma anche l'Irlanda) aggrediti dalla speculazione e come sprofondati in una crisi che pare senza via d'uscita se non quella del fallimento o dell'austerità, che per le classi non ricche comporteranno i medesimi effetti materiali. Negli ultimi anni si è poi approfondito l'attacco a quelle sfere lavorative che sembravano protette dalla ristrutturazione della produzione e quindi non colpite dall'endemica assenza di ogni garanzia, si veda ad esempio la furibonda offensiva di Marchionne a Pomigliano e le sue dinamiche (3). Va aumentando il divario tra le ricchezze possedute da una ristretta élite e la povertà cui è condannata gran parte della popolazione, una fascia che sta man mano inghiottendo ampi spezzoni del ceto medio. Infine, come abbiamo descritto, c'è la tendenza di un generale ritirarsi dei capitali dai territori.

 

La prospettiva di un nuovo welfare

A partire da questi dati, è necessario trarre alcune conseguenze prendendo atto della trasformazione irreversibile della produzione, del mercato del lavoro, del rapporto tra occupazione/disoccupazione e del sistema sociale nella sua interezza. Il complesso della crisi ha infatti travolto totalmente quell'assunto che era alla base del vecchio sistema di welfare proprio delle socialdemocrazie occidentali che vedeva come strettamente connessi lavoro, reddito e diritti. Il lavoro era l'unica chiave d'accesso al reddito e sul reddito (diretto e indiretto) erano fondati i diritti. Questo sistema si basava su un maggior equilibrio nel possesso e nella distribuzione delle ricchezze rispetto ad oggi e sull'utilizzo dei sussidi, personali e temporanei, per quella ristretta fascia di popolazione disoccupata.

Considerate le trasformazioni descritte, è quindi necessario ripensare un nuovo modello di welfare per un sistema produttivo che vede prevalere quello che è comunemente definito settore terziario e le forme lavorative temporanee, un sistema produttivo che, in definitiva, tende a precarizzare. Lucarelli, a partire dal dato della crescita della povertà, dell'estensione delle sacche di precarietà e del nuovo paradigma produttivo, ha proposto un sistema minimo di welfare rinnovato che contenga misure quali una cassa sociale per introdurre il reddito diretto e indiretto (soldi e servizi), un salario minimo orario e la riduzione delle tipologie contrattuali. Le precondizioni per queste misure sono la separazione del sistema assistenziale e previdenziale e la costituzione di un bilancio autonomo per il welfare e, dal punto di vista del reperimento dei fondi, la tassazione delle plusvalenze finanziarie.

In Umbria in particolare, ma in generale in Italia e in Europa, pare quindi necessaria l'implementazione di una misura quale il reddito di esistenza, un importo monetario fisso (o sotto forma di servizi col reddito indiretto) da versare a ogni cittadino/a con cadenze regolari (4). Diversi sono i motivi che dovrebbero portare alla scelta di avviare una campagna sul reddito: anzitutto la constatazione, a livello sociale, che intere realtà- come, ad esempio, quella umbra- non possono più basarsi interamente sul lavoro dato che non ce n'è per tutti/e, in particolare per le donne che primeggiano sia nel campo della disoccupazione che in quello del NEET. C'è poi un argomento materiale e morale: la constatazione che il sistema economico odierno non permette alla maggior parte delle persone di avere una vita decente, di fare progetti e di vivere in autonomia. Anzi, il meccanismo che rende alcuni beni che dovrebbero essere garantiti come la casa sottoposti all'arbitrio del mercato è alla base dell'indebitamento di grandi fasce di popolazione (5). Un possibile argomento economico è poi che l'introduzione di un reddito potrebbe riavviare i consumi in opposizione al momento di stagnazione e favorirebbe la crescita dei progetti individuali oggi assolutamente impossibili a causa della diffusa scarsità di risorse. Ma i due argomenti che ritengo fondamentali riguardano la sfera in cui si toccano personale e politico: da un lato il reddito permetterebbe ad una grande massa di precari/e di affermare finalmente la propria autonomia e libertà, la propria capacità di saper fare e fare anche al di là dei circuiti capitalistici di accumulazione o di sfruttamento del lavoro e uscendo dalla prigione dell'impossibilità di fare e dell'assenza di prospettive (6); dall'altro potrebbe rappresentare, insieme alla riduzione delle categorie contrattuali, una prima occasione per il precariato diffuso di individuare un campo di conflitto che finalmente unifichi questa realtà eterogenea, atomizzata e fino ad ora apparentemente riottosa ad ogni forma di lotta comune.

Lo stato, le regioni, i partiti e i sindacati, vuoi per connivenza con le classi ricche, vuoi per modi di ragionare ancorati a vecchie forme di welfare o perché attenti alla conservazione del potere acquisito, continuano a dimostrarsi sordi a queste richieste. Lo dimostra anche la Regione Umbria che tenta un improbabile rilancio con un piano del lavoro (che, stanti tutti i dati presentati, sembra sadicamente votato al fallimento). L'unica speranza è che il precariato diffuso riesca a far penetrare queste richieste all'interno del vasto mondo oggi accomunato dal dato della povertà, della mancanza dei beni primari e dall'impossibilità di progettare, per farne una prima occasione di ricomposizione e di vita decente.

Jacquerie

 

NOTE

1 È opportuno superare la visione che situa l'economia reale, buona e concreta da un lato e la finanzia, cattiva ed immateriale, sfuggente, dall'altra. In realtà le due dimensioni sono strettamente correlate e noi ci muoviamo sempre in una realtà composita. Si veda a riguardo A. Fumagalli e S. Mezzadra, Crisi dell'economia globale. Mercati finanziari, lotte sociali e nuovi scenari politici, Ombre Corte, Verona, 2009. I licenziamenti dei/lle lavoratori/trici fisse e la loro sostituzione con lavoratori/trici a progetto sono spesso funzionali all'adeguamento delle aziende ad un paradigma, quello del post fordismo, dove ogni nucleo produttivo deve essere sempre pronto a trasformarsi e resistere all'urto dei mercati e alle sue tendenze. In questo senso, è per loro meglio instaurare rapporti lavorativi a progetto o a tempo determinato piuttosto che indeterminato, magari portandosi dietro lavoratori/trici nei periodi di recessione. Per la comprensione del paradigma del capitalismo cognitivo si veda C. Marazzi, Il posto dei calzini. La svolta linguistica dell'economia e i suoi effetti nella politica, Casagrande, Bellinzona, 1994.

2 Si veda, per farsi un'idea dei parametri attraverso cui è stimata la disoccupazioni e i criteri che la separano dall'inattività si veda G. Rodano, La disoccupazione, Laterza, Bari, 1998.

3 Per comprendere la portata dell'attacco di Pomigiliano si consulti Fondazione Centro per la Riforma dello Stato (Gruppo di lavoro), Nuova Panda schiavi in mano. La strategia Fiat di distruzione della forza operaia, DeriveApprodi, Roma, 2011.

4 Per farsi un'idea sulla proposta del reddito, sulle diverse forme che esso può assumere, sulle sue caratteristiche e sul dibattito a riguardo si veda A. Fumagalli e M. Lazzarato (a cura di), Tute Bianche. Disoccupazione di massa e reddito di cittadinanza, DeriveApprodi, Roma, 1999; P. Van Parijs e Y. Vanderborght, Il reddito minimo universale, Università Bocconi, Milano, 2006 oltre che il sito http://www.bin-italia.org/

5 Si veda, a proposito, A. Fumagalli, La crisi greca e il biopotere dei mercati finanziari, in http://uninomade.org/crisi-greca-biopotere-mercati-finanziari/

6 Una valida riflessione sul passaggio dalla società del lavoro alla società del reddito è quella di A. Gorz, Miserie del presente, ricchezza del possibile, Manifestolibri, 1998.