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La schiavitù invisibile

Schiavitù e Razzismo

Da alcuni anni le campagne attorno a Nardò (Lecce) si riempiono di schiavi per la raccolta estiva di angurie e pomodori.
Con la complicità di istituzioni, sindacati e associazioni, per molto tempo grandi e piccoli agricoltori si sono serviti di braccia invisibili per portare a termine un lavoro massacrante, pagato con salari da fame.
Situazioni al limite, tollerate da tutti coloro che sanno e vedono, compresi gli ignari cittadini pronti ad additare chi è più povero di loro quando le cose precipitano, piuttosto che prendersela con chi di dovere.
Una situazione intollerabile, in cui centinaia di stranieri vendono la propria forza lavoro per pochi spiccioli, alloggiando in casolari abbandonati senza acqua né luce, stando anche ben attenti che qualche solerte uomo (?) in divisa non li cacci via.
Questi mesi d’estate hanno riproposto lo stesso scenario: centinaia di stranieri che lavorano nei campi, che si possono incontrare solo se ci si reca sul posto della raccolta. È il Salento dell’esclusione, dello sfruttamento, quello dalla faccia più brutale, dell’indifferenza, del silenzio complice, del razzismo, perché, quando si tollerano determinate situazioni di disumanizzazione, forse si pensa che non siano poi così aberranti.
È il Salento, specchio di un’economia globalizzata, in cui l’individuo, così come la merce, viene deportato da un luogo all’altro a seconda degli interessi imposti dal mercato. In cui ci si rende conto, come altrove, che la clandestinità di molti immigrati è lo strumento utile per ghettizzarli e renderli più ricattabili.
Il Diritto al servizio dell’economia che rende visibile la menzogna occultata dai tanti discorsi sulla legalità.
L’estate del 2011 ha visto per alcuni giorni uno scenario differente.
Molti degli immigrati alloggiavano nella masseria Boncuri, a pochi chilometri da Nardò, gestita da alcuni professionisti della solidarietà. Ingaggiati da caporali per una guadagno stabilito a cottimo, quasi tutti i braccianti hanno deciso, ad un certo punto, di scioperare fino a che il salario non fosse aumentato. Hanno fatto blocchi stradali, impedito ai caporali di accedere al campo in cui risiedevano, gettato via le chiavi dei loro furgoni, discusso in assemblee notturne di ore e ore. Questo per diversi giorni e nonostante ciò comportasse la perdita di qualsiasi tipo di introito, con l’aggravante di doversi anche procurare da mangiare.
Lo sciopero non ha avuto l’esito sperato dai braccianti, e svariati fattori hanno contribuito a smorzare la possibilità di rottura che poteva avere nei confronti delle gestione della raccolta, che ogni anno si ripete. L’intervento del sindacato, che fino ad allora non si era mai fatto vivo, Cgil in primis, è stato assolutamente negativo, di fatto cancellando l’autorganizzazione fino allora presente e recuperando a livello istituzionale una lotta che, come a Rosarno, avrebbe potuto creare non pochi problemi. I tavoli istituzionali tra prefetto, forze dell’ordine, magistratura, sindacati, imprenditori e una delegazione di lavoratori, hanno solo contribuito a far trascorrere del tempo per giungere alla fine della raccolta e demoralizzare gli animi. Molti lavoratori, nel frattempo, non avendo risultati tangibili, hanno interrotto lo sciopero, molti altri sono tornati a casa senza un soldo in tasca.
Nel mese di agosto 2011 il Parlamento ha approvato una legge con cui ha reso il caporalato un reato, pillola di repressione in più per mettere a tacere qualche sincero democratico (ma molto miope), che nel frattempo si era potuto indignare.
Un discorso a parte merita la masseria Boncuri in cui gli immigrati si trovavano, gestita con aggiudicazione di bando pubblico nel 2011 e negli anni precedenti dall’associazione Finis Terrae e dalle Brigate di Solidarietà Attiva: masseria che ne aveva sostituito un’altra gestita a suo tempo dalla Caritas. Boncuri nell’ottica delle autorità doveva rappresentare forse un luogo di contenimento, un posto con qualche servizio in più, tipo docce o mensa, per tenere tranquilli gli animi degli esclusi tra gli esclusi.
In qualche modo, tra mille contraddizioni, ha rappresentato invece un punto di incontro che ha portato alla ribellione.
Questo è forse l’elemento di riflessione che ha lasciato quell’esperienza. La volontà di trovare un equilibrio tra pace sociale e conflitto sociale (nelle parole dei gestori della masseria), o di evitare le violenze e gli eccessi (sempre citando alcune dichiarazioni di membri delle Bsa) che si possono verificare nelle lotte, ecco, questa è la responsabilità più pesante degli organizzatori.
Negli stessi giorni dell’agosto 2011, infatti, molti immigrati trattenuti nel CARA di Bari si scontravano con le forze di polizia per diverse ore, scendendo in strada dopo aver distrutto parte della struttura in cui si trovavano.
Non ci può essere merito laddove si creano, volontariamente, le condizioni per un recupero istituzionale di ciò che è nato spontaneamente e si è auto- organizzato, dimostrando che delle istituzioni si può fare a meno benissimo. Non ci può essere merito per chi usa la solidarietà come mezzo di tornaconto politico, pur rispettando la buona fede di chi si butta in prima persona. Non ci può essere merito per chi pensa di poter usare i media a proprio uso e consumo (tragica illusione), né per chi pensa di poter frammentare la propria vita e quella degli altri in ruoli predefiniti: militanti, volontari, leader, gregari, scioperanti, osservatori, italiani, stranieri. La sociologia è una questione da studiosi, chi agisce contro le ingiustizie non può che farlo in prima persona.
Quest’anno la masseria non è stata aperta.
Nel mese di maggio, cioè poco prima che iniziasse la raccolta, la magistratura ha eseguito alcuni arresti tra caporali e grossi imprenditori agricoli. In questo modo le istituzioni hanno voluto mettere a tacere chiunque. Le anime democratiche non potranno certo protestare di fronte a questa eclatante esibizione di forza statale. Ma nelle campagne tutto è rimasto come prima; numerosi immigrati ingaggiati da caporali, scelti in base alla nazionalità, per lavorare fino a 12 ore al giorno per 20 o 30 euro.
Alloggi di fortuna senza acqua né luce, e parte dei pochi soldi guadagnati utilizzati per pagarsi trasporto e cibo, forniti dai caporali.
Sostanzialmente tutto è cambiato perché tutto restasse uguale.
Una situazione di schiavitù e di apartheid, denunciata da pochi per il solito tornaconto politico, come ha fatto la Cgil che ha girato per le campagne con il suo camper e un bell’articolo con relative foto di rito sui giornali locali.
A parte qualche generoso solidale, nessuno e nulla si è mosso. Isolati e impauriti, ricattati dalla necessità di un guadagno seppur minimo, i braccianti immigrati presenti nel Salento si trovano in una situazione di invisibilità.
L’estate si è appena conclusa ma il silenzio assordante che circonda questa vicenda dovrà essere rotto, prima o poi…
Tairsia
tairsia@gmail.com