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La "primavera" alle porte...

Riflessioni sull'iniziativa di presentazione del libro "La collera della Casbah. Voci di rivoluzione a Tunisi."

" A Sidi Bouziz i gelsomini non crescono: la terra è arida, come nel resto delle regioni centrali a ridosso dei monti che dividono la Tunisia dall'Algeria.  Le poche sterpaglie vengono mangiate dalle capre e le faticose coltivazioni sono l'emblema di un benessere mai raggiunto, nonostante lo sviluppo di quelle terre fosse stato a lungo sbandierato quando Benetton approdo' a Kesserine. L'azienda italiana non fece che sfruttare il lavoro delle donne, offrendo ben cinque euro per otto ore di lavoro in fabbrica. Le loro mani non si sono mai fermate, e ancora oggi tessono senza sosta per la stessa misera cifra. Anche a Kesserine i gelsomini non crescono, figuriamoci a Gafsa, la regione delle miniere, dove l'estrazione dei fosfati da' lavoro all'intera popolazione, mentre l'azienda decide della vita degli abitanti. (...)
(da "La collera della casbah- voci di rivoluzione da tunisi, Fulvio Massarelli, AgenziaX)

" E mi ha spiegato in due parole che per lottare contro il razzismo in Francia bisognava rimandare a casa gli immigrati. Ho continuato a tacere ma mi sembrava strano lottare contro un'idea mettendola in pratica." (D. van Cauwelaert, Sola andata)

Le rivolte del Nord Africa, maturate nelle lotte operaie e studentesche a partire dagli anni Ottanta, ci hanno permesso di liberarci dal decennio della guerra infinita, dal decennio della dicotomia tra islam e occidente, dicotomia che ha generato razzismo, pregiudizi, marginalizzazione.
Le rivolte dei giovani tunisini, la Casbha, le barricate hanno sfasciato questo apparato discorsivo.

In Tunisia non vi è stata una guerra di civiltà ma una guerra nella civiltà capitalista. In questo senso le rivolte nordafricane hanno riportato l'attualità della rivoluzione e della pace.

Non la rivoluzione di twitter, ma rivoluzione contro i rapporti di sfruttamento.
L'ossimoro twitter revolution è una banalizzazione mistificante perché separa lo strumento (il web) dalla materialità dei corpi, dalla composizione sociale e dalle pratiche di lotta della rivoluzione.
La Twitter Revolution ci fornisce una immagine pulita, quasi fredda della rivoluzione, una immagine che può essere gradita e accettata anche qui da noi...quando si svolge altrove.

«Come in guerra. Dall'inizio dell'anno la forte offensiva delle forze dell'ordine ha portato a oltre 300 allontanamento di questi figuri. Altri stanno cercando di riempire questi vuoti e da qui la guerra tra bande. Perdipiù, sono di una violenza unica. La Primavera dell'Africa del Nord è stata una bella cosa, ma tra i prezzi da pagare c'è quello per cui persone particolarmente violente, abituate alla violenza, sono arrivate in Italia e a Perugia». (Vladimiro Boccali, sindaco di Perugia)

Se il sindaco si fosse occupato di questione migratoria al di là degli stereotipi e della sua costruzione mediatica probabilmente non penserebbe all'Italia e alla sua città come luoghi investiti da un'ondata di violenza straordinaria portata dagli "immigrati". Ma del resto le parole "immigrazione", "clandestino" legate al termine "criminalità'" sui giornali locali, da anni, superano ampiamente quelle legate ai problemi economici e sociali.

"Mi ricordo sempre  che quando ero chiuso nel CIE di Torino dicevo che volevo chiedere l'asilo politico perchè in Tunisia c'era un dittatore e mi rispondevano: < Ma tu sei matto! Ma quale dittatore? In Tunisia non c'è la dittatura!>. Quando dicevo alla polizia italiana che Ben Ali era un tiranno si mettevano a ridere e mi dicevano: < No, in Tunisia c'è la libertà. Si sta bene!>. Non mi ascoltava nessuno. Nei CIE nessuno ti crede. Non lo dicevo solo io, anche altri ragazzi volevano chiedere asilo politico perchè in Tunisia  non c'era libertà di parola e non c'erano diritti. Ma gli rispondevano: <C'è il mare!>.
Spero che quello che è successo faccia cambiare idea anche al governo e agli italiani. Non voglio più vedere il razzismo che ho visto in Italia, le persone trattate così male, senza un briciolo di umanità! Magari adesso capiranno che inferno era la Tunisia!"

(da "La collera della casbah- voci di rivoluzione da Tunisi, Fulvio Massinelli, AgenziaX)

Nè tutti gli immigrati nè tutti gli italiani sono "brava gente" ma "l'etnicizzazione della criminalita'" è una costruzione mediatica e istituzionale.  In Italia, l'appartenenza “etnica” “nazionale” e “razziale” è un assoluta costante nella definizione dei migranti fermati o arrestati per qualsiasi tipo di reato o infrazione, anche se il codice deontologico dei giornalisti consiglierebbe il contrario.

Se il welfare viene smantellato, la disoccupazione cresce, le garanzie sociali si svuotano, il lavoro diventa sempre più precario e il mercato affonda la democrazia evidentemente, come recitava un vecchio slogan, la colpa non è degli immigrati ma dei padroni...
Le disuguaglianze sociali crescono non solo sull'asse "Nord-Sud" del mondo ma anche all'interno dell'occidente stesso. Processi di polarizzazione della ricchezza e di impoverimento coinvolgono anche l'Europa. Dinnanzi a questo scenario il capitalismo propone da un lato amministrazione repressiva e penitenziaria della povertà e dall'altra sotto l'egida delle "politiche di sicurezza" una guerra fra poveri.

Soprattutto i giovani, che in Italia sono, più che gli stranieri, vittime della recessione ( la disoccupazione giovanile è cresciuta fino a coinvolgere un giovane su tre; è cresciuta la quota di coloro la stabilizzazione per chi ha una occupazione precaria è divenuta quasi inesistente...), che spesso cadono preda di ideologie quotidiane intrise di razzismo, di xenofobia. La "moratoria esistenziale" a cui sono costretti i giovani o i giovani-adulti apre tra di loro lo spazio a discorsi discriminatori verso gli stranieri.
Non è per fatalità che anche negli ultimi avvenimenti di cronaca (8 maggio) che hanno coinvolto la città di Perugia  molti giovani si siano avventurati in velleitarie e idiote prospettive di piccoli progrom locali contro " i tunisini" , "i marocchini". La voglia di superare discrepanze di status sociale, la frustrazione delle proprie aspettative di lavoro e di vita, non è riuscita a trovare miglior obiettivo che i migranti in un susseguirsi di feroci luoghi comuni e violente banalizzazioni sul fenomeno migrazione in città. Questa fascia di popolazione che vede sempre più contrarre la sua partecipazione al mercato del lavoro e a determinati standard di qualità della vita ha sublimato, sull'onda di un fatto di cronaca, tutte le proprie frustrazioni contro una presunta disposizione etnica dei migranti alla violenza, allo spaccio, al furto... Con il loro sindaco in testa, mentre si dicono antirazzisti, non hanno trovato di meglio che lanciarsi contro il capro espiatorio di turno: "i tunisini in centro", "i marocchini alla stazione centrale"...; domani se ne troveranno altri senza chiedersi a chi giova mettere i migranti nella condizione di "irregolarità'", a chi conviene avere manovalanza iper ricattabile da far lavorare nel mercato della droga, a chi vanno, anche in questa città, i milioni di euro, profitto del giro della merce-droga (La "città legittima" stigmatizza quella illegittima e contemporaneamente fa affari con essa)..., a chi interessa mantenere i giovani in una condizione di "moratoria esistenziale" e di minorità politica e culturale dove confini territoriali e confini sociali si confondono ambiguamente.
Giornalisti, politici, intellettuali alimentano una percezione d'insicurezza, insicurezza la cui causa è individuata nell'afflusso di immigrati. I cittadini chiedono sempre nuove misure repressive contro la "microcriminalità e contro l'immigrazione" le quali da un lato peggiorano la situazione di vita degli immigrati e dall'altro accrescono la percezione di una dilagante criminalità. Si crea un circolo vizioso che Alessandro Dal Lago ha definito "tautologia della paura".
Attraverso l'esasperazione della "tautologia della paura" si alimenta una soffocante retorica mediatico-politica con cui i governi tentano di spostare l'attenzione dei cittadini sulle questioni dell'immigrazione, occultando di fatto, le conseguenze devastanti prodotte dalle crisi finanziarie o da determinate scelte politico-economiche. Il potere mira a diffondere "un immaginario preventivo" che disinneschi ogni possibilità di ricomposizione conflittuale degli sfruttati quale che sia la loro terra d'origine.

Non è un caso che in questo scenario di stigmatizzazione dei migranti si diffondano, anche a "sinistra", i linguaggi repressivi della retorica pseudoidentitaria che avanza la pretesa della "nazione", "dell'appartenenza territoriale", "dell'indipendenza nazionale", come ultimo baluardo da opporre alla globalizzazione.

"... Alla fine di questo processo di reinvenzione della patria c'è sempre l'immagine dello "straniero", visto questa volta come nemico della "libertà"; esiste infatti una sorta di "xenofobia" democratica e di sinistra, secondo cui gli immigrati non sono preparati a gustare, come noi, il frutto squisito della democrazia..." (A. Dal Lago)

Ma oggi l'unica indipendenza reale, non mistificatoria e funzionale al capitalismo, che si può rivendicare è quella dei comportamenti, della solidarietà e della lotta organizzata degli sfruttati contro gli sfruttatori, al di là di ogni confine, trasversalmente ad ogni paese... Una volta si chiamava "Autonomia di Classe".

I legami culturali, affettivi, politici, etici sono svincolati dal "territorio" e sono le azioni, i sentimenti degli individui a determinare i legami. Sono le nostre decisioni a prevalere sui vincoli territoriali, su fantomatiche "esclusività dello spazio". I confini sono il risultato di relazioni tra umani. Solo se il nostro modello di relazioni è quello della proprietà privata immobiliare o della proprietà privata e basta allora abbiamo bisogno di una "mediazione territoriale" o statale.
Se le relazioni sono interposte dal concetto di proprietà e di esclusività si va incontro a meccanismi di inclusione ed esclusione. Il confine è debole e il rischio concreto è di anteporre interessi specifici alle storie che ogni migrante  porta con se, trascurando l'entità umana, culturale e politica.
Il confine è sempre mobile e coincide con l'estensione fisica ed etica dell'individuo non certo con le dogane di frontiera che sono il frutto delle arroganze coloniali dell'occidente.

E' questo che ci insegnano le  rivolte arabe, i migranti che hanno attraversato il Mediterraneo.
Al contempo, seguendo il percorso e le voci di quelle insorgenze, si apre il problema: come è  possibile ripensare e praticare la rivoluzione?
 A questo punto, però, la questione non riguarda solo quella straordinaria primavera, ma interroga tutti.
Qui ed ora.