Share |

La Città Impresa

La città è una merce, il target è la tua mente
La Città Impresa

L'affermarsi, negli ultimi decenni, di un nuovo ordine economico mondiale, dato dalla rivoluzione delle comunicazioni e dell'informazione, dalla deindustrializzazione di molte vecchie regioni produttive, dalla vertiginosa mobilita' dei flussi finanziari, dalla migrazione della forza lavoro, non solo ha reso vicino anche l'angolo più distante del pianeta ma ha portato ad una riorganizzazione dello spazio urbano.

Infatti i movimenti del capitale internazionale, i flussi tecnologici e della comunicazione, se da un lato favoriscono processi di deterritorializzazione, dall'altro hanno bisogno di situarsi nello spazio per trovare risposte in termini di profitto. Ciò significa che la globalizzazione esalta il ruolo della competitività urbana proiettandola dalla scala nazionale a quella mondiale. I poteri locali e regionali devono quindi rimodulare le proprie funzioni nei confronti della “produzione sociale”, dal momento che la “competitività” di un territorio corrisponde più a questa scala che non a quella dello “Stato-nazione”.
L’ambito locale-regionale che tradizionalmente è stato quello della riproduzione sociale cioè dell'educazione, della sanità, dell'abitare, oggi si trova ad essere contemporaneamente afflitto dalla crisi del welfare state o dai suoi caratteri incompleti, e dalla moltiplicazione delle domande sociali come formazione continua, invecchiamento della popolazione, riduzione delle dimensioni dei nuclei familiari, gruppi sociali poveri o marginali, ecc.
I livelli di governo locale, in questo scenario spesso non dispongono nè delle competenze nè delle risorse necessarie per raggiungere obiettivi sociali dignitosi, le politiche urbane finiscono per inseguire le logiche del capitalismo e delle multinazionali con conseguenze disastrose sulla vita degli esseri umani e animali e sull'ambiente. Le città arrivano cosi' a farsi una concorrenza spietata per l'accesso ai mercati globalizzati, alle risorse e alle attività, che vanno dall'investimento estero, al turismo, alle manifestazioni internazionali.
La città non solo espone le sue merci, la città diventa merce essa stessa, merce di consumo, una merce da esporre sul mercato mondiale. Le città competono tra di loro sul terreno della ricerca del profitto, attraverso strategie di solo marketing urbano.
La promozione e il branding di una città diventano elementi fondamentali per attrarre nuovi residenti, nuovi turisti ma soprattutto nuove imprese ed investimenti. La sfida si gioca sui vantaggi competitivi offerti dagli specifici ambienti geografici e per vincere tale sfida non basta predisporre solamente un'offerta, s'impone che le città i territori diventino a tutti gli effetti fabbrica di merce. In questa dinamica gli interessi economici privati finiscono con l'assumere, il più delle volte, le funzioni di governo che determinano e predefinscono la città, la sua forma, la sua vita.
Sempre più frequentemente gruppi industriali-finanziari sono coinvolti nei progetti di valorizzazione del patrimonio immobiliare esistente o direttamente nel campo delle grandi opere. In tutti i casi il territorio finisce con l'essere sacrificato sull'altare della massimizzazione del capitale e della rendita per pochi.
Anche a Perugia, sotto la compressione della cosiddetta "crisi economica" la già fallimentare "socialdemocrazia dal volto urbano" degli anni precedenti ha ricevuto il colpo di grazia, con essa le sue strategie basate su politiche di decentramento dei servizi, di spesa statale per la ricostruzione artificiale delle identità dei quartieri indirizzate a "tenere insieme la citta'". Oggi all'idea di un ambiente comunque progettato si e' sostituito definitivamente un metodo di governo aziendale dello spazio urbano in cui la gestione politica della città si riduce a mera opera di marketing.
In uno scenario di stagnazione e recessione economica, le manovre di risanamento del debito, adottate dai diversi governi nazionali, hanno comportato una drastica riduzione della spesa pubblica e un conseguente taglio dei trasferimenti sociali, che tanto contano nella formazione del reddito disponibile per gli umbri. Nessuna manovra di razionalizzazione finanziaria e di aggiustamento del bilancio può compensare queste perdite.
La struttura produttiva di questa regione e' sostenuta da una base di microimprese, spesso in sub-fornitura per aziende esterne al territorio locale con un mercato del lavoro nel quale il peso dell'occupazione e le forme del lavoro precario e con contratto a tempo determinato e' superiore alla media nazionale. L'area del precariato, già rilevante, si e' andata ulteriormente consolidando, al punto di contare attualmente - dati 2012- su ben 59.000 contratti part-time, 44.000 a termine e 8.000 tra collaborazioni coordinate e avventizi che includono ben 2.486 lavoratori a chiamata. La ridotta dimensione delle imprese accompagnata da un'alta incidenza del lavoro in subfornitura significa, nella maggioranza dei casi, che le imprese umbre si posizionano su "segmenti a basso valore aggiunto nella catena del valore" e che il mercato del lavoro ha difficoltà ad occupare i giovani, persone con livelli di istruzione medio-alti e soprattutto le donne.
Per questo si comprendono abbastanza chiaramente i motivi per cui un sistema di potere locale, in cui la spesa pubblica serve solo a mascherare e proteggere le debolezze strutturali del sistema produttivo e a funzionare da base di consenso politico, sia attraversato da una profonda crisi. A partire dagli anni '80 lo smantellamento dell'apparato dello stato keynesiano si è tradotto su scala urbana in imponenti tagli alle spese, ai pubblici servizi e in un'ondata di privatizzazioni che ha acuito le disuguaglianze e l'esclusione sociale. A questo la politica locale non ha saputo dare nient'altro che una risposta aleatoria, molta retorica nella valorizzazione della dimensione comunitaria, sfruttamento del "terzo settore", interessi del sistema delle cooperative, che il più delle volte, celano l'utilizzo di manodopera altamente sottopagata e precarizzata rinforzata da una "insalubre " legislazione nazionale sul lavoro.
Negli ultimi venti anni, l'idea di rivitalizzare socialmente la città trattandola prevalentemente come spazio economico, con l' obiettivo dominante se non unico di attrarre capitali e flussi turistici, si è tradotta semplicemente in una violenta eliminazione degli spazi collettivi, nella cancellazione del valore d'uso di strade, piazze, giardini. La questione del "degrado del centro storico" e' stata l'emblema di una logica imprenditoriale di governo della città con cui si è costruita una falsa "messa in cornice" della città come prodotto.
La cosiddetta "riqualificazione" del centro storico, sotto i vecchi paradigmi della "rendita urbana" si è rivelato un vero e proprio disastro. Il "paradigma della rendita urbana" prescrive che il valore complessivo di una città e delle sue singole aree o edifici dipende dalla quantità di capitale fisso sociale che essi incorporano in termini di infrastrutture, servizi materiali e immateriali ecc. Ma questa valorizzazione senza adeguate contro-misure alla fine si traduce in un maggior costo d'uso dello spazio urbano (vedi anche i progetti di ristrutturazione di Monteluce attualmente in corso). Questo tipo di "riqualificazione" del centro storico ha reso il suo spazio più costoso per abitare, studiare, per produrre, per i servizi ed ha favorito un oggettivo processo di espulsione degli abitanti non in grado di pagare questi "incrementi di rendita". Se questo vale per le attività a basso valore aggiunto, per le famiglie a medio e basso reddito, per gli studenti, evidentemente non vale per i trafficanti della merce droga, nelle loro diverse gerarchie ed articolazioni.
Contemporaneamente il vagheggiato trasferimento di "abitanti di prestigio", cioè di quelli che avrebbero potuto sostenere e sopportare i maggiori costi di questa "riqualificazione" e che avrebbero considerato l'insediamento nell'area del centro storico una questione di status, non è avvenuto. Del resto, gli eventi spettacolari da "Umbria Jazz" ad "Eurochocolate", "all'Umbria Water festival", al festival del Giornalismo e la stessa candidatura di "Perugia-Assisi a capitale europea della cultura-2019" non hanno prodotto la sperata rigenerazione promozionale del territorio e relative ricadute economiche. La fabbrica degli eventi sostenuta da Fondazioni, banche, enti locali etc. ha accresciuto la cosiddetta competitività del territorio solo attraverso la creazione di forme di lavoro-precario diffuso intermittente ad alta intensità di conoscenza e a bassa intensità di diritti e reddito.
Tutta la rèclame sulla costruzione di sistema terziario avanzato, per agganciare il nodo locale ad una rete globale, si è tradotta nel profitto di un'èlite privilegiata e grigia disposta a fare affari anche con la mafia. Infatti la Commissione regionale Antimafia dichiara: "è sempre più evidente che l'insidia principale e più diffusa per l'Umbria riguarda il riciclaggio di denaro illecito, un problema che la crisi economica ingigantisce..."
Risultati migliori non ha dato il tentativo, sullo sfondo della "città-impresa", di rigenerare alcuni spazi del centro storico sulla base di "nuove" forme di consumi centrati su immaginari di vita creativa in comunità ecologiche-raffinate-familiari (vedi V. della Viola, C.so Cavour etc.). La valorizzazione della dimensione comunitaria e' vero, può avere la funzione di leva della competitività economica delle città,come racconta la retorica neoliberale, ma questa valorizzazione si rivela fragile e inevitabilmente conflittuale quando ruota attorno ad un lavoro ancora una volta malpagato o gratuito comunque precarizzato seppure creativo, positivo e gratificante.
Quella che viene definita "la svolta culturale" nel governo urbano in sostanza coincide invece con la gentrificazione di intere aree dei quartieri. Le istituzioni locali assumono cioè un metodo di governo mutuato dall'economia di mercato. Un metodo che al declino di intere aree come luoghi di produzione e riproduzione sociale risponde con una rivitalizzazione del settore commerciale e dell'intrattenimento, con l'introduzione di meccanismi di mercato, di profitto, in ambito ambientale ,con strategie di privatizzazione dei beni ambientali come acqua, aria, terra, che portano inevitabilmente con loro fenomeni di esclusione e polarizzazione delle disuguaglianze sociali.
Attualmente i progetti di "risanamento, rigenerazione" di alcune aree della città di Perugia, vedi l'area Bellocchio-Fontivegge, sperano di riproporre gli stessi criteri di privatizzazione degli spazi dismessi o sospesi. Nell'innesto di nuovi commerci, cioè di sole nuove opportunità di consumo come unico motore di una rivitalizzazione sociale e insieme di valorizzazione immobiliare dello spazio . Come sempre con l'obiettivo che tutto questo diventi sinonimo di cittadini con maggiore capacita' di spesa cioè attraverso l'apertura di locali di tendenza, botique alla moda, negozi d'antiquariato etc., che in realtà si tradurrà in aumento degli affitti, in dislocamento degli attuali residenti che non potranno sostenere la nuova rendita urbana, migrazione verso spazi più periferici ed economici cioè in nuovi spazi di segregazione. In sintesi questo è un esempio di ciò che oggi viene definita "rigenerazione urbana", nel quartiere Bellocchio-Fontivegge si ripropone una modalità generale del governo urbano che da un lato giustifica deroghe al piano regolatore, cambi di destinazione d'uso degli immobili come pratiche di accellerazione della riqualificazione delle "aree degradate" e dall'altro legittima la continuità con lo stile di comportamento aziendale/manageriale delle amministrazioni precedenti, un "ritorno al mercato", cioè a vecchie pratiche predatorie con progetti invadenti di impronta fortemente speculativa, che dominano da più di vent'anni la vita di questa città.
In città insomma non succede niente di nuovo, le vecchie amministrazioni e la nuova hanno fatto proprio solo lo stile "imprenditoriale" e sotto il paravento della "rigenerazione delle aree degradate" non si fa che svendere la città agli investitori privati, senza nessun piano strategico. Senza nessun piano strategico... Questa è una delle conseguenze più evidenti delle varie crociate per la sicurezza e la difesa della città che nulla hanno a che fare con i reali tassi di criminalità.
Sentimenti d'insicurezza, di pericolo, di inquietudine diffusi dai media locali hanno aperto la strada alla mercificazione di un intero quartiere e alla moltiplicazione di dispositivi di sicurezza, controllo e militarizzazione dello spazio urbano che non hanno mai evitato neppure un furto... Infatti la militarizzazione del territorio urbano in realtà nasconde e promuove l'ideale di una città come aggregato di interessi unito intorno all'espropriazione dello spazio, delle risorse culturali e artistiche per asservirle alla logica del profitto ma non centrano nulla con la sicurezza dei cittadini. Interi quartieri della città vengono associati ad arte al senso di insicurezza e paura provocato dalla microcriminalità presentata come dilagante e spietata anche se i dati ufficiali indicano una decrescita dei delitti più gravi. Le conseguenti politiche di repressione vengono giustificate come necessarie ed efficaci, quando invece hanno ben poca forza deterrente e non fanno altro che riempire le carceri di disgraziati senza speranza di riscatto sociale o a portare i cani antidroga nelle scuole.
La "cultura della paura" ha la capacita' di dirottare l'attenzione e la preoccupazione dell'opinione pubblica dalle vere cause dell'insicurezza e dell'invivibilità urbana, evitando conflitti sociali intollerabili per l'ordine economico dominante e perdita di consenso dei gruppo politici espressi da tali forze economiche. Il governo del territorio urbano attraverso la paura serve essenzialmente a legittimare nell'opinione pubblica la speculazione immobiliare di intere zone della città per un piatto di lenticchie, quello degli oneri di urbanizzazione. Intanto cresce una condizione di marginalità articolata in una "pluralità di miserie di posizione", le une diverse dalle altre: ogni persona con la sua propria sofferenza, e solitudine, e una particolare declinazione di malessere e povertà.
Come scrive Bauman, l'esperienza dell'insicurezza esistenziale e dell'incertezza viene dirottata nella preoccupazione generale per le minacce alla sicurezza personale. "Questo spostamento è politicamente (cioè elettoralmente) allettante e ciò per una ragione pragmatica molto convincente. Poichè le radici dell'insicurezza affondano in luoghi anonimi, remoti o inaccessibili, non è immediatamente chiaro che cosa i poteri locali, visibili, possano fare per porre rimedio alle afflizioni locali. Se si riflette attentamente sulle promesse elettorali dei politici per migliorare la vita di tutti aumentando la flessibilità dei mercati del lavoro, favorendo il liberismo, creando condizioni più allettanti per i capitali stranieri ecc., si possono cogliere, casomai, i segni premonitori di una maggiore insicurezza e incertezza. Ma sembra esistere una risposta ovvia, all'altro problema, quello connesso alla sicurezza personale dei cittadini in quanto collettività. I poteri statali locali possono sempre essere impiegati per chiudere le frontiere ai migranti, per inasprire le norme sul diritto d'asilo, per fermare ed espellere gli stranieri indesiderati, sospettati di possedere inclinazioni odiose e condannabili. Possono mostrare i muscoli combattendo i criminali, <<essere inflessibili nella lotta al crimine>>, costruire più prigioni, mandare più poliziotti in servizio attivo, rendere il perdono dei condannati più difficile e persino, per soddisfare i sentimenti popolari, seguire la regola <<criminale una volta criminale per sempre>>. Per farla in breve, i governi non possono francamente promettere ai cittadini un'esistenza sicura e un futuro certo; ma possono per il momento almeno in parte alleviare l'ansia accumulata ( approfittandone anche a fini elettorali) con l'esibire la loro energia e determinazione in una guerra contro gli stranieri in cerca di lavoro e altri stranieri penetrati nel giardino di casa, un tempo pulito e tranquillo, ordinato e accogliente..."
La classe politica locale , incapace di immaginazione strategica riguardo al governo della crisi economica e sociale che investe l'Umbria supplisce a questa debolezza con una deriva securitaria, con la militarizzazione del territorio, con una spirale repressiva che diventa di elezione in elezione un pozzo senza fondo. Non meraviglia allora che l'onorevole Bocci del PD, in un'interrogazione parlamentare del 2011, chiedeva all'allora ministro dell'interno Maroni di valutare "la proposta del Sindaco di Perugia (allora Boccali) che prevede l'apertura di un CIE in Umbria"...
Sono divenute strutturalmente vacillanti la famiglia, la comunità, il vicinato, il quartiere, la citta' stessa nella quale gruppi di popolazione differenziati in base a criteri di eta', genere, classe, dis/abilita', etnicità, preferenze sessuali, cultura, religione hanno rivendicazioni diverse e lontane da vecchie modalità di aggregazione confortevoli e automatiche. Nella città esistono problemi di una complessità tale che non potranno essere risolti ne' dalle istituzioni ne' dal mercato e neppure dalle tradizionali forme di conflitto basate sulla protesta e sulla rivendicazione.
Forse c'è bisogno di tornare ad esperienze di partecipazione ed auto-organizzazione sociale per trasformare una città che e' governata contro di noi, contro i nostri bisogni. Governata contro di noi spesso con la nostra complicità quando ci adattiamo alle inefficienze del sistema sanitario, di quello dei trasporti, di quello scolastico, o di quello del Welfare in generale nelle pratiche quotidiane individuali.
Si tratta probabilmente di riappropriarsi e di reinventare collettivamente gli spazi urbani trasformandoli in incubatori di interazione sociale.
Ma esiste realmente una domanda di condivisione dello spazio-tempo urbano, liberato dal valore di scambio e riconsegnato, grazie alla partecipazione degli abitanti e alla loro azione, al suo valore d'uso? Esiste la voglia di reclamare un diritto alla città non concepito come la possibilità di accedere a ciò che già esiste ma piuttosto come il diritto a cambiare l'esistente attraverso la reinvenzione della vita urbana, come trasformazione della città stessa?
Ovviamente si ri-parte da dove si è con quello che si ha. E noi non abbiamo niente.

Collettivo Degrado Urbano