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Alcune riflessioni sul 15 ottobre

Piazza San Giovanni
Roma - 15 ottobre 2011

Alcune riflessioni sul 15 ottobre

 

Il colpo d'occhio

Riguardo ogni fatto che si commenta è bene partire dalla propria esperienza e punto di vista, e questa considerazione preliminare di metodo vale a maggior ragione per una manifestazione come quella del 15 ottobre. Già il colpo d'occhio permetteva di fare un paio di considerazioni: una grandissima partecipazione, di massa- le cifre oscillano tra duecento e trecentomila persone- e una drammatica eterogeneità tra i gruppi politici, ognuno col suo spezzone, le sue bandiere, la sua retorica e il suo progetto politico. C'erano sindacati di base, cartelli di movimento, gruppi antagonisti, partiti (in prevalenza extraparlamentari), ognuno arrivato con una diversa idea di quello che si sarebbe dovuto fare e del senso della manifestazione. Intorno ai gruppi, un grandissimo numero di manifestanti arrivate/i a Roma senza un preciso spezzone di riferimento che si muovevano con più o meno accortezza e consapevolezza di quello che sarebbe accaduto.

 

L'antefatto

Ecco che è necessario, per comprendere quello che è successo, fare un passo indietro e analizzare le dinamiche organizzative del 15 ottobre, segnate da particolarismi e dalla scelta del format “manifestazione nazionale”. I dibattiti sul percorso, sulla scelta del numero e del luogo della manifestazione, sono stati appannaggio di pochi, prevalentemente dei capi dei gruppi, sindacati e partiti, anche a causa della scarsa mobilitazione spontanea che avrebbe permesso il superamento delle logiche di spartizione. Gli effetti di questi meccanismi decisionali hanno determinato una serie di veti incrociati che hanno portato alla definizione di un percorso simbolicamente e praticamente depotenziato ma, soprattutto, una grande confusione in momenti decisivi del corteo.

 

L'utilizzo della violenza

Arrivati in via Cavour alcuni gruppi di ragazze e ragazzi, tra i cento e i trecento, incendia alcune auto- suv e porsche, ma anche utilitarie- e assalta alcuni istituti bancari. A Piazza S. Giovanni la polizia e il corteo ingaggiano uno scontro che dura diverse ore, stavolta dalle dimensioni veramente di massa, si parla di un numero di manifestanti coinvolti tra i cinquemila e i diecimila. Specialmente il primo attacco ha determinato la divisione del corteo, che in nessuno spezzone si è dimostrato capace di gestire la situazione, anche a causa dell'assenza di progettualità e prassi comune di cui dicevamo.

Per capire il particolare senso che la violenza ha assunto in questo corteo è bene spendere due parole per abbozzare una comparazione con altre manifestazioni dove si è fatto uso della forza: il 14 dicembre a Roma e il 3 luglio in Val Susa. Il 14 dicembre era la data su cui convergeva un movimento nato due anni prima e che dall'autunno aveva ripreso vigore, anche attraverso la tappa del 16 ottobre, con l'imponente manifestazione della FIOM. Lo scontro campale di via del Corso e Piazza del Popolo era il culmine di una serie molecolare di azioni radicate nei territori caratterizzate dall'uso della forza: occupazioni di facoltà, interruzioni del traffico, irruzioni nei luoghi del potere e della precarizzazione. Il 14 dicembre, con l'assalto al parlamento, aveva rappresentato il culmine di queste pratiche nel tentativo di fare paura ai luoghi del potere politico. Ma anche in quell'occasione la violenza, nonostante il buon numero di simpatizzanti, fu percepita con fastidio sia nel corteo che fuori e numerose furono le dissociazioni e le polemiche, tanto che il movimento entrò in una grave difficoltà proprio nei mesi seguenti, quasi come se il 14 dicembre avesse segnato un salto in avanti cui la maggioranza non era ancora pronta.

Il 3 luglio in Val Susa, alla manifestazione No Tav, convocata dopo lo sgombero del fortino per l'inizio dei lavori, è stata praticata una violenza strategica, commisurata all'obiettivo, che si era indirizzata precisamente contro la polizia a difesa dei luoghi da riprendere. Il movimento No Tav, molto più maturo di quello del 14 dicembre, ha saputo reggere all'urto mediatico della retorica sulla violenza, discutendo ampiamente le sue pratiche prima e dopo la manifestazione e arrivando in definitiva ad un discorso condiviso.

La violenza del 15 ottobre ha invece avuto per certi versi un effetto che definirei alienante per una serie di motivi. Intanto ha avuto, come spiega bene nique la police in Hessel non abita in italia, caratteri di liberazione psichica dall'ordine simbolico percepito come principale responsabile della violenza cui si è sottoposte/i, si vedano gli attacchi a volte indiscriminati e la madonna distrutta. In secondo luogo è stata percepita da parte del corteo come strategicamente non valida, specialmente da quelle parti che volevano anch'esse forzare ma con modalità e in tempi diversi e che si sono visti usurpare gli scontri verso una progettualità non loro. Infine altre/i hanno condannato le violenze perché volevano una manifestazione colorata, allegra e pacifica, oppure una sfilata elettorale, da finire comodamente in Piazza S. Giovanni con interventi dal palco.

Se la si guarda da un punto di vista interno, si può comprendere la strategia, la razionalità rispetto allo scopo della violenza in Piazza San Giovanni, che voleva riprendersi la strada, la città e, anche, quella esercitata contro i simboli dell'austerity come le banche e, in misura minore, le auto di lusso. Di difficile comprensione, se non nell'ordine simbolico oppure come necessità pratica nella situazione delle barricate, la distruzione di utilitarie o beni privati non di lusso.

 

Prospettive

Concludiamo quindi con alcuni dati di fatto: pare ormai conclusa una fase, quella del 2008-2010, dove le manifestazioni nazionali a Roma erano composte quasi esclusivamente da più o meno tranquilli/e studenti e le azioni erano prevalentemente simboliche. Ormai proclamare una manifestazione a Roma implica il richiamo sotteso ad una realtà composita e nuova ben più radicale nelle pratiche e che non accetta negoziazione alcuna da parte di sindacati, movimenti organizzati o partiti. In questo senso pare che la politica abbia perso il ruolo di mediazione che gli è connaturato e che vi siano due processi speculari: il parlamento e le amministrazioni diventano funzionali alla gestione della crisi e dell'austerità, secondo un meccanismo top down, e la reazione a questa chiusura sempre più violenta, oscena e radicale pare essere la presenza sempre più forte di gruppi che agiscono come se avessero interiorizzato questa impossibilità che pare senza via d'uscita, ovvero con una violenza che sembra almeno poco progettuale.

Come evidenzia in un commento militant, il fatto con cui ormai confrontarsi è la presenza di questa soggettività radicale che agisce in modalità che appaiono prepolitiche (la distruzione di piccoli negozi o di utilitarie) e il problema che si deve porre chi fa politica è come relazionarsi con questa fetta di proletariato urbano per rendere la sua azione e la sua progettualità pienamente politica.

Se non altro la violenza ha avuto il ruolo di spazzare via la retorica buonista della Repubblica che, tra baci e abbracci e carezze che sono quanto di più sessista possa offrire il panorama informativo odierno- il paterno carabiniere che accarezza la piccola ragazza, una narrazione perfetta per Ratzinger-, desiderava un corteo colorato e allegro pieno di giovani che alla fine occultasse con un mezzo estetico la miseria e il grigio dell'Italia di oggi. Ha spazzato via il tipo di manifestazione cui avrebbe partecipato anche Draghi e che avrebbero desiderato i pacifisti che malmenano i ragazzi con la felpa nera e che solidarizzano con le pacificissime forze dell'ordine e che oggi applaudono le deliranti proposte di Di Pietro di tornare ad applicare la Legge Reale. Inutile il riferimento alle pacifiche manifestazioni spagnole. Lì la non-violenza è praticata con consapevolezza e non è un a-priori, una litania moralistica da declinare ogni mattina appena svegli. Lì il movimento è più avanzato perché ha capito che le pratiche non si devono esaurire nella ricerca del consenso o nello scontro frontale, ambedue manifestazioni spettacolari, ma si devono radicare nella quotidianità e nella lenta trasformazione, come accade in alcuni casi anche da noi- si vedano la Val Susa, i movimenti per il diritto all'abitare o i movimenti anti-discariche.

In definitiva una manifestazione che ha alcuni elementi positivi, una indubbia radicalità progettuale e pratica, una grande affluenza numerica, ma che impone un ripensamento da parte di tutte le sigle e singole/i che vi hanno partecipato riguardo la mancanza d'organizzazione progettuale e pratica, la mancanza di discussione e l'inadeguatezza di ognuno/a rispetto alle sfide politiche che il tempo presente ci impone.

 

Jacquerie